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La festa patronale di S. Giuseppe

 

 

 

 

Nella vita della comunità cristiana, la festa è un tempo dedicato alla gioia e alla convivialità che ci permette di stare nell’allegria e nella serenità.

Il 23 marzo del 1630, il “ Decretum super electione sanctorum in patronos ” di papa Urbano VIII impose regole severe per l'elezione dei santi tutori, ponendo fine agli arbitri fino ad allora perpetrati, rendendo obbligatoria l'approvazione pontificia e imponendo un iter che prevedeva il voto ufficiale dell'ordinario diocesano, del clero secolare, di quello regolare e della popolazione del luogo interessato dal patrocinio. Venivano così emanate le norme su come scegliere il patrono, indicate le persone che potevano sceglierlo ed i doveri ad esso dovuti (in precedenza si eleggevano al patronato anche santi non canonizzati).

Ramacca, fino ad allora, aveva venerato due patroni: la Madonna della Natività e San Giuseppe, una scelta che doveva sicuramente essere frutto di un compromesso tra il principe e la cittadinanza. In seguito all’emanazione di questo decreto, venne imposto per ordine del principe Gravina che il  patrono fosse solo San Giuseppe.

Nel corso dei secoli la fede e la devozione al Santo Protettore si sono accresciute sempre più, tanto che, oltre alla festa liturgica del 19 marzo, gli veniva riservata un’intera settimana di festeggiamenti nel mese di maggio.

 

 

 

L’altare in onore di S. Giuseppe

 

   Il 19 marzo la festa si svolge prevalentemente in chiesa, con la celebrazione di una Messa solenne in onore del patrono preceduta da sette giorni di intense preghiere: “A’ Sittina” dedicata all’Inclito San Giuseppe, casto sposo di Maria. Subito dopo, il parroco insieme alle autorità civili e militari accompagna “i tri pirsuni” - rappresentanti la Sacra Famiglia di Nazareth: S. Giuseppe, la Vergine Maria e Gesù Bambino -  fino alla piazza principale. Qui viene allestito un grande altare (grazie alle offerte e ai contributi dei fedeli) e a tutti i presenti viene offerta la tipica pasta co' maccu (pasta con lenticchie e purea di fave). I tre sono poi invitati a consumare il pranzo rituale. Nel pomeriggio tutte le offerte in natura che sono state raccolte vengono messe al pubblico incanto. Il ricavato dell'asta viene donato alle famiglie bisognose.

Si ripete così una tradizione fatta di linguaggi, gestualità e sapienza contadina.

Nelle case, invece, la festa inizia molto prima. Infatti, le famiglie che hanno ricevuto grazie importanti (in passato si trattava di guarigioni, ritorno a casa di figli e mariti dalle guerre, oppure grazie spirituali e materiali) allestiscono, dopo un lungo e oneroso lavoro di preparazione (di cui un tempo si occupavano solo le donne), gli altari votivi:  grandi tavole riccamente imbandite sulle quali sono presenti pietanze della tradizione contadina: frittate, specialità gastronomiche locali, dolci, biscotti e tutte le primizie di stagione. Assolutamente proibiti i piatti a base di carne.

È questa una delle tradizioni più belle e sentite nel paese, che unisce ritualità e simbologia secolare, solidarietà comunitaria, ospitalità.

La sera del 18 marzo è tradizione visitare gli altari di S. Giuseppe allestiti dai devoti nelle loro case, che per l'occasione rimangono aperte fino a tarda ora per accogliere i visitatori.

Le pietanze dell’altare vengono consumate durante il pranzo del 19 marzo, al quale vengono invitati tre poverelli, i tri pirsuni, che devono assaggiare ognuna delle innumerevoli portate (mentre i partecipanti inneggiano a gran voce al Santo e alla Sacra Famiglia) e che alla fine del pasto riceveranno in dono metà dei cibi disposti sulla tavola. Il resto va alla famiglia che ha allestito l'altare e a parenti ed amici invitati per l'occasione, che hanno partecipato alla preparazione dei piatti.

Poiché offrire l’altare tradizionale è molto costoso, esso può essere sostituito dall’offerta di pane votivo, o dall’usanza di invitare ad un pranzo a base di pasta cco’ maccu, frittate e polpettine di verdura, i virgineddi, un gruppo di bambini/e, sempre in numero dispari. Alla fine del pasto questi ricevono in dono una forma di pane sacro, una bella arancia, un finocchio dolce, una lattuga fresca.

 

      

 

 

Il bastone di S. Giuseppe

 

I Ramacchesi, che da sempre hanno legato al Santo Patrono le vicende della loro vita quotidiana  - dalle guarigioni alla semina e alle buone annate - si sono rivolti a Lui in ogni circostanza per intercedere grazie ed essere liberati dai pericoli e dalle sofferenze, testimoniando che davvero senza numero sono i benefici che si ottengono da Dio ricorrendo al Santo Patrono.

Inoltre, dalle numerose testimonianze raccolte, sappiamo che, in passato, quando un deputato appartenente al Comitato di S. Giuseppe si trovava in pericolo di vita, gli altri membri portavano il “bastone” del Patriarca al capezzale del moribondo, per ottenere la grazia della guarigione o, essendo Egli il Patrono della buona morte, essere accompagnati da Lui nel momento del trapasso.

 

 

  

 

Il pane di S. Giuseppe

 

Negli altari votivi in onore del Patrono, occupa un posto importante il pane. Esso assume di volta in volta varie forme: ‘a cuddura a forma di anello, simbolo della regalità di Dio; il cuore simboleggiante la Sacra Famiglia; le forme che rappresentano il bastone fiorito, la mano con l’anello o la barba di S.Giuseppe; ‘a trizza  della Vergine Maria; i tre pani uniti simbolo della Trinità.

Inoltre, sia all’esterno che all’interno, vengono esposte dei rami di palma in ricordo dell’esilio in Egitto della Sacra Famiglia. Infatti, secondo il racconto pseudo-Matteo: Una palma da datteri, offre alla Sacra Famiglia fuggiasca in Egitto un duplice ristoro, grazie ai frutti e all’ombra dei rami, prodigiosamente piegati verso Giuseppe”.