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LA DIOCESI DI CALTAGIRONE
 

 

 

 

Problematiche emergenti dalle Relazioni ad limina

( a cura di don Sebastiano Caniglia )

 

Se abbastanza tormentata appare la storia della diocesi calatina sul versante dei rapporti con le autorità politiche del tempo nel primo cinquantennio della sua esistenza, molto lineare ed esemplare ci si presenta, invece, dal punto di vista dell'organizzazione pastorale. E se nel 1850 un vescovo quale il Natoli, la cui azione pastorale a Caltagirone fu sempre minata dalle autorità municipali, dopo aver compiuto la sacra visita pastorale, nella sua relazione ad limina poteva affermare che la diocesi di Caltagirone, "nonostante di recente erezione" racchiudeva "tutto quanto può desiderarsi in una ben ordinata diocesi", ciò era potuto verificarsi perché i vescovi che lo avevano preceduto si erano seriamente impegnati nell'ambito dell'organizzazione pastorale. Il primo vescovo Gaetano Trigona, solo dopo qualche mese dal suo ingresso in città, che finalmente coronava il suo antico sogno di essere elevata a sede vescovile, il 2 dicembre del 1819, dava inizio alla prima visita pastorale delle parrocchie della nuova diocesi . Si trattava di osservare le varie realtà diocesane, onde contribuire a far nascere nella nuova Chiesa locale una pastorale unitaria. Perché ciò avvenisse era necessario formare un clero diocesano che fosse conscio della nuova realtà del Tridentino e che si sentisse legato al pastore della diocesi e non, come era avvenuto nel passato, subalterno alle famiglie nobili, alle autorità borboniche e ai vari potentati . Il 3 maggio 1819, scrivendo ai seminaristi diceva loro: "Dalle operazioni incominciate e che energicamente continueremo, abbiamo concepito la speranza di condurre a compimento i nostri voti, anzi ci auguriamo che per il veniente mese di settembre vi appronteremo alla meglio il seminario per il decente vostro alloggio e lettori ben degni per consacrarsi alla vostra istruzione" . Dovette, però, attendere ancora qualche anno, prima di poter annunciare l'apertura del Seminario. Il 22 agosto 1822 scriveva: "Fin dal principio che la Provvidenza volle destinarci al governo della nostra diocesi, le nostre prime cure furono rivolte al Seminario dei chierici alunni. Non abbiamo lasciato, infatti, di adibire ogni mezzo possibile per la organizzazione di questo pio stabilimento da cui dipende senza dubbio la riuscita dei ministri dell'altare e in generale il buon ordine della ecclesiastica disciplina... Non ci è riuscito che adesso di adempiere uno dei principali nostri doveri. Noi abbiamo, dunque, il piacere di notificare, in virtù del presente editto, che si aprirà nel nome del Signore il nostro seminario il 18 novembre venturo..." . Mons. Trigona inaugurò "un periodo d'oro per la nascente Chiesa calatina, del quale periodo testimonianza luminosa diede una generazione di preti dotti ed operosi" . Il successore del Trigona, Benedetto Denti seguì le linee pastorali del suo predecessore, curando in modo encomiabile il Seminario: "Vi propose soggetti di intemerata probità e di sperimentato sapere, vi accrebbe i numeri delle cattedre e mise ogni opera per farlo fiorire" . I preti da lui formati furono i suoi validi collaboratori quando, durante l'epidemia colerica del 1837, gli furono vicini nel curare i colpiti dalla terribile malattia . Tra l'altro, nonostante che il grave flagello si abbattesse in tutti i paesi della diocesi, volle effettuare lo stesso la visita pastorale . Durante l'episcopato del Denti la diocesi di Caltagirone subì il suo primo ed unico smembramento. Allo scopo, infatti, di creare in Sicilia altre circoscrizioni ecclesiastiche, nel 1843 si tentò una razionalizzazione delle diocesi del centro-sud della Sicilia. La diocesi di Caltagirone venne a passare da 122.801 abitanti a 88.453, perdendo i comuni di Butera, Mazzarino, Terranova (oggi Gela), Niscemi e Riesi. Acquistava, però, dalla diocesi di Piazza Armerina il comune di Mirabella Imbaccari e da Catania, Ramacca. Il vescovado, infine, che era stato suffraganeo di Monreale, passò sotto il nuovo metropolita di Siracusa . Il 4 gennaio 1851, mons. Denti presentò alla Sacra Congregazione del Concilio la prima relazione ad limina della diocesi di Caltagirone. In essa, dopo aver ricordato la fondazione della diocesi, si preoccupò maggiormente di descrivere le condizioni strutturali della Chiesa locale sottoposta alle sue cure, la quale, proprio in quegli anni aveva subito uno smembramento che l'aveva privato di cinque grossi centri e ridotta la sua popolazione di 35.000 abitanti. Pertanto, la diocesi "reperiuntur, scrive il Denti, ita ut tredecim tantum Comunes, inter ea, existunt, videlicet, una civitas Calatahieronen, sedes episcopalis, ac duocedim oppida, vulgo nuncupata, Gran Michele, Vizzini, Mineo, Licodia, Militello, Scordia, Palagonia, S. Michele, San Cono, Mirabella, Raddusa, e Ramacca" . Altro punto dolente segnalato dal Denti è quello inerente alla non incoraggiante situazione economica delle chiese della diocesi; la stessa cattedrale è talmente disastrata che i redditi non sono sufficienti nemmeno al sostentamento dei ventitré canonici. A ciò si aggiunge lo stato non proprio florido della non pingue mensa vescovile . Per quanto riguarda il clero regolare e secolare il vescovo loda la condotta dei parroci, i quali adempiono a tutto quanto prescrive il Concilio di Trento e il rituale romano, nulla trascurando pel bene delle anime alle loro cure affidate. Il vescovo, infine, enumera i vari monasteri, conventi ed opere pie esistenti nella città e diocesi e loda la condotta dei religiosi che ivi dimorano. Il seminario diocesano non contiene, afferma il vescovo, più di 30 giovani diocesani e ciò per la ristrettezza della diocesi. Però, sia per gli eccellenti maestri, che per la serietà delle istituzioni, molti sono i giovani di altre diocesi che lo frequentano. Nella sua risposta, però, la Sacra Congregazione del Concilio, pur lodando lo zelo del vescovo Denti, gli fa osservare che nella sua prossima relazione dovrà attenersi alla formula benedettina. Dovrà cioè essere più completo nelle informazioni, aggiungendo il capitolo riguardante il vescovo, dovrà redigere una relazione circa l'amministrazione del seminario, del sinodo, del clero, del popolo, della visita della diocesi ecc. Cose tutte o taciute, o trascurate nelle relazioni ad limina . Per questo nelle successive relazioni ad limina gli altri vescovi furono molto più completi ed ordinati del Denti nell'osservare le prescrizioni della Instructio Sacrae Congregationis Concilii pro Episcopis... , lasciandoci una visione più esauriente dell'organizzazione pastorale della diocesi. Mons. Antonino Morana diede nuovo impulso alla Congregazione di S. Pietro e Paolo, già voluta dal vescovo siracusano Matteo Trigona nel 1733. Si trattava di un'associazione sacerdotale finalizzata alla predicazione di sacre missioni, la quale accompagnava il vescovo, che la presiedeva, nella sacra visita pastorale . Il Morana nella relazione ad limina del 1874 precisa che i parroci risiedono assiduamente nelle loro parrocchie, tengono puntualmente i libri parrocchiali di battesimo, matrimoni, confermati e defunti. Però, mentre nel passato, osserva il presule, essi non hanno avuto bisogno dell'aiuto di altri sacerdoti per amministrare i sacramenti al popolo, avendo da due a quattro cappellani coadiutori, ora non più, a causa dell'aumento della popolazione al quale non ha fatto seguito l'incremento delle vocazioni sacerdotali. Infine il vescovo attesta che i parroci espletano il loro dovere nel predicare il catechismo ai bambini e i rudimenta fidei agli adulti. Per quanto riguarda il clero il Natoli nella sua relazione del 1859 aveva attestato la scomparsa del privilegium fori. Lo stesso presule afferma che per l'ammissione agli ordini religiosi (nonostante la persistenza del chiericato esterno) nessuno vi può accedere se non dopo otto giorni di pie meditazioni o esercizi spirituali. Il Morana afferma che i chierici portano l'abito chiericale anche se si deve lamentare la disobbedienza di alcuni che è stato costretto a sospendere a divinis. I costumi del clero, quindi, pur rimanendo lodevoli, come li aveva definito il Denti, cominciano a presentare qualche problema soprattutto da quando taluni sono "divenuti devoti al governo civile" . In sintesi possiamo dire che i problemi del clero nel primo mezzo secolo di vita della diocesi possono sintetizzarsi: nella preparazione ascetico-pastorale-culturale dei giovani chiamati al sacerdozio e nella cura di mantenere un buon livello di fervore religioso e di scienze teologiche . Il seminario fu sempre un cruccio per i vescovi del primo periodo della storia della diocesi calatina. Il Denti, come accennavamo, aveva nel 1851 registrato la presenza di 30 seminaristi, ma il Natoli nel 1859, parla di ben 93 seminaristi, dei quali, però, 50 provenienti dalla vicina diocesi di Piazza Armerina; però lo stesso Natoli testimonia nel 1866 che le cose sono ampiamente cambiate perché il seminario vede la presenza di appena 24 alunni. Il vescovo ne attribuisce la causa alla vicissitudine tempestate (gli avvenimenti legati alle vicende risorgimentali); il Morana nel 1874, nel pieno della bufera dei rapporti tra lo Stato e la Chiesa, afferma che il seminario è, purtroppo, dichiarato chiuso. Per quanto riguarda la disciplina e il cursus studiorum, il Denti nel 1851 loda sia la pratica della disciplina ecclesiastica che l'insegnamento delle materie teologiche e morali; il Natoli, nel 1866, informa che gli studi letterari sono stati sospesi e rimangono solo gli studi teologici, mentre il Morana afferma nel 1874 che i pochi chierici studiano nella casa del vescovo . Le relazioni ad limina non si dilungano sulla qualità dell'insegna-mento e sulla cura dei vescovi a mantenere un buon livello di cultura teologica. Sappiamo, però, che cura precipua dei presuli della diocesi di Caltagirone fu sempre quella di avere un clero ben preparato, colto all'altezza dei tempi ed erede di una lunghissima tradizione che voleva un clero proveniente da formazione universitaria. A Caltagirone, infatti, dal 1622 fino alla soppressione della Compagnia di Gesù (1773), i gesuiti tennero la facoltà di Teologia nella quale studiarono molti membri del clero locale . Per quanto riguarda il clero regolare i vescovi nelle relazioni alla Sacra Congregazione del Concilio danno importanti notizie. Il Denti, afferma che i religiosi non hanno cura d'anime e sono esenti dalla giurisdizione del vescovo. Il Natoli e il Morana, pur confermando che mai i regolari hanno avuto parrocchie, tuttavia, dopo la loro soppressione violenta, a causa delle leggi eversive del 1866-67, ne hanno deputato alcuni come vicari curati, con licenza dei loro superiori. Il Natoli, nel 1859, afferma che non vi sono religiosi che vivono fuori del convento; nel 1866, invece, informa che in diocesi ci sono tre o quattro religiosi apostati, i quali sono stati deferiti al giudice della apostolica legazia e della regia monarchia. Il Morana nel 1874 parla delle punizioni che il vescovo ha dovuto dare a qualche religioso, comminandogli la sospensione a divinis per gravi azioni contro i buoni costumi. Molti religiosi attesta il Morana dimorano in case private, dopo la soppressione dei conventi, ma vivono morigeratamente e sotto vigilanza delle autorità . Dai documenti a nostra disposizione apprendiamo che per quanto riguarda le parrocchie non vi fu, nei primi cinquant'anni della sua storia, alcuna revisione. Il vescovo Morana nel 1873, "volendo provvedere in modo soddisfacente ai bisogni spirituali di quella parte del gregge che componeva il distretto di S. Pietro (Caltagirone), chiesa suffraganea della Cattedrale" autorizza il curato di essa ad amministrare il viatico e l'Estrema Unzione, a conservare il libro del precetto, tenere la predica domenicale, ripromettendosi di innalzare detta chiesa alla dignità di parrocchia appena si fosse procurata la dote necessaria . Lo stesso Morana nel 1875, smembra la parrocchia di S. Nicolò in Militello, restituendo alla chiesa di S. Maria della Stella la dignità parrocchiale perduta nel 1778 . Nelle relazioni ad limina vengono succintamente descritti i costumi dei fedeli delle varie parrocchie. Il Natoli nel 1859 afferma che i costumi del popolo sono buoni e che non ci sono abusi; nel 1866 definisce cristiani i costumi del popolo, però denuncia l'azione di alcuni che disseminano errori tra i fedeli delle parrocchie. Il Morana è più preoccupato: egli riscontra nelle parrocchie, invasione di libri proibiti, astensione dalla messa domenicale e dal precetto pasquale, non astensione dal lavoro nei giorni di festa e partecipazione a spettacoli empi e areligiosi. Molti tra gli uomini si professano indifferenti e non mancano gli aderenti alla setta della massoneria . Il Morana riferisce i rimedi adottati: predicazione di esercizi spirituali, diffusione di sodalizi cattolici nelle varie parrocchie, pubblicazioni di opuscoli contenenti i principi della sana dottrina .

 

 

 

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